AMBIENTE, GUARDA (VERDI-AVS): L’INDUSTRIA DELLA CONCIA NON PUÒ BLOCCARE LA LOTTA ALLA DEFORESTAZIONE, AVANTI CON REGOLAMENTO UE

24 Febbraio 2026

Bruxelles, 5 novembre 2025 – “Ogni giorno perso equivale a migliaia di ettari di foreste distrutte a livello globale, non possiamo permetterci di rinviare ancora l’entrata in vigore del Regolamento europeo contro la deforestazione (EUDR). Le pressioni del mondo della concia vanno nella direzione opposta rispetto alla necessità di garantire filiere trasparenti e sicure. Non è difendendo vecchi modelli produttivi che si tutelano i posti di lavoro, ma investendo in innovazione e sostenibilità: in questo senso, noi continueremo ad aiutare le aziende a rimanere competitive, altrimenti a pagarne le conseguenze saranno imprese e lavoratori,” dichiara Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi eletta nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra. “Le politiche europee devono perseguire il bene comune, non difendere interessi privati. La perdita dei posti di lavoro, anche nel nostro territorio, è sì un tema di competitività, che però dipende dalla mancanza di innovazione,” aggiunge.

“Gli imprenditori della concia vogliono davvero che i loro figli crescano in un Veneto con le temperature di Tunisi? La deforestazione accelera la crisi climatica e l’aumento delle temperature, con estati sempre più torride e le notti tropicali che abbiamo purtroppo imparato a conoscere. Non è un allarme ideologico: estati più calde significano più morti, soprattutto tra anziani e persone fragili. Difendere le foreste significa difendere la salute delle nostre comunità. Di proroghe ce ne sono già state troppe, l’ultima giustificata dalla Commissione con la scusa di ‘problemi informatici’,” prosegue.

“Forse il problema è un altro: la produzione conciaria ha costi sociali e ambientali così grandi, anche nel nostro territorio – sostenuti per lo più dal pubblico, pensiamo all’accordo di programma Fratta Gorzone – che, invece di contestare misure che tutelano da abusi i boschi e le foreste del mondo, dovrebbe interrogarsi sul proprio impatto. E cominciare a valutare, come già avviene in Portogallo, il passaggio a tessuti sostitutivi della pelle, con lavorazioni molto meno impattanti e più sicure per la salute pubblica, che utilizzano prodotti di scarto agricoli e generano materiali resistenti e simili alla pelle. Nuovi materiali significano innovazione, nuove imprese e nuovi posti di lavoro,” conclude Guarda.

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