CEAV – 3 donne su 10 hanno subito violenza. Alcune riflessioni

30 maggio 2018
Sanità e Sociale

Dopo l’incontro di ieri sera, voglio approfondire l’argomento con alcune riflessioni, soprattutto per quanto riguarda i centri antiviolenza di Vicenza e il suo territorio.

Il CeAv, Centro Antiviolenza, nasce a metà degli anni ’90 come sostegno alle donne e agli uomini maltrattati. Nel corso degli anni l’attenzione verso questo fenomeno ha raggiunto sempre più istituzioni, fino ad arrivare alla Regione, che ha emesso una legge contro la violenza dando dei finanziamenti. Questo è successo nel 2013 e ha comportato dei cambiamenti, sia sul tipo di persone assistite, ora solo donne, sia a livello economico, contributi regionali e statali che ad oggi sono scesi da 20.000€ a 13.500€.

Dal lavoro svolto dal Ceav sono emerse molte informazioni, ad esempio che è una priorità affrontare il problema dell’uomo maltrattante e la difficoltà nell’aiutarlo. Nel nostro territorio ci sono alcune associazioni (ad esempio a Bassano) per uomini maltrattanti che hanno finanziamenti pubblici per la presa in carico sanitaria e terapeutica finalizzata a trattare uomini spesso narcisisti che si fingono vittima invece sono abili e lucidi. Il Ceav che fa anche formazione per affrontare gli uomini maltrattanti è in difficoltà con questo tipo di progetti in quanto l’azienda USL, nonostante ci stia pensando, non ha ancora realizzato  nulla; è invece veramente importante perché affrontando il problema solo dal punto di vista penale si posticipa solamente la prossima violenza sulla stessa vittima o su altre. Inoltre ora siamo sempre più consapevoli dei vari tipi di violenza, che vanno da quella fisica a quella verbale e psicologia per finire con quella economica. L’ultima è la più diffusa, circa il 40 – 45% dei casi: la donna moglie o mamma viene ricoperta di debiti  intestandole tutto e facendola poi diventare vittima inconsapevole di debitori, Equitalia, multe delle macchine.

Un servizio importantissimo che il Ceav mette a disposizione è la casa rifugio (con indirizzo segreto). Le risorse sono basse: intorno agli €8000 e la Regione definisce un tempo massimo di accoglienza, perché il costo è di €65 i primi 15 giorni a testa (quindi donne + figli) e €50 dopo i 15 giorni, può accederci qualunque donna Il problema è cosa succede una volta esauriti i fondi. A decidere l’accoglienza in casa rifugio è il dirigente dei Carabinieri e il dirigente della Questura, che attivano l’accoglienza d’emergenza in presenza di alcuni requisiti per esempio bisogna essere residenti nel distretto Est e in condizioni specifiche tra cui la convivenza col maltrattante. Normalmente in un anno ci sono 4 o 5 inserimenti di mamme con figli.

La Regione non paga direttamente ma passa attraverso il Comune, il che rende tutto un po’ più complicato: secondo il Ceav il protocollo dovrebbe prevedere che la valutazione certificata la faccia il Ceav stesso, poi l’assistente sociale paga o non paga l’accoglienza in casa di rifugio con i soldi dei Comuni, perchè è chiaro che quando si superano i 15 giorni si bruciano le risorse per altre persone.

Un altro problema che emerge è che i territori lontani dal comune di Vicenza accedono molto meno al servizio anche un po’ a causa del sistema, perché spesso sono proprio le centrali dei Carabinieri che minimizzano il problema. La soluzione è semplice, si dovrebbe pensare alla realizzazione di uno sportello dislocato unitamente alla formazione, c’è bisogno di aumentare il livello di cultura e di sensibilità dei Carabinieri che spesso sono il primo interlocutore della vittima di violenza.

Dobbiamo impegnarci per far sì che realtà come il Ceav, che offrono servizi di fondamentale importanza per la comunità, possano sopravvivere e che non siano destinati a chiudere per la mancanza di fondi. È importante tenere a mente che ad oggi 3 donne su 10 hanno subito violenza fisica e/o sessuale, mentre non siamo ancora in grado di quantificare quelle che hanno subito violenza psicologica, non solo dobbiamo tenere presente che dobbiamo impegnarci a risolvere da dove nasce il problema, l’uomo che maltratta.

Prevenzione ed educazione delle nuove generazioni e delle loro famiglie, centri antiviolenza, il recupero dell’uomo maltrattante  e la creazione di percorsi per ricostruire l’autonomia nella vita delle donne, sono la strada corretta.

Ma non possiamo affidare al solo volontariato tutto ciò. Serve un disegno completo e l’impegno di fondi certi, non ballerini.

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